Lug 102020
 

L’anticorpo monoclonale Erenumab, approvato recentemente dalla Food and Drug Administration per il trattamento dell’emicrania, è stato sperimentato in un contesto reale nell’emicrania cronica refrattaria, una delle forme di cefalea più difficile da trattare.

 

 

 

L’emicrania cronica colpisce l’1-2% della popolazione generale, e si caratterizza per il dolore con frequenza spesso giornaliera, oltre che per l’associazione a patologie psichiatriche, disturbi del sonno e altre condizioni associate a dolore. Si tratta di pazienti che tendono ad andare incontro ad abuso di farmaci, data anche la refrattarietà al trattamento di questa condizione, che riguarda sia i farmaci sintomatici (antidolorifici, antinfiammatori) che quelli preventivi (beta-bloccanti, anti-psicotici, etc.).

Da un punto di vista della classificazione di questa patologia, rimane dibattuta la definizione della forma cronica refrattaria, la quale si riferisce sostanzialmente ad un sottoinsieme di pazienti particolarmente difficili da trattare, che hanno che non rispondono o hanno sviluppato resistenza ad almeno 2 o 3 classi di farmaci normalmente considerati efficaci nella prevenzione dell’emicrania.

Tra le terapie preventive, gli anticorpi monoclonali, al pari di quello che avviene in numerose altre patologie, sono comparsi molto recentemente, ma hanno subito trovato un terreno fertile sul quale inserirsi. La Food and Drug Administration statunitense ha infatti approvato l’utilizzo di anticorpi rivolti contro il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP) o il relativo recettore, tra i quali erenumab.

Nel Regno Unito, a settembre 2018, questo farmaco è stato reso disponibile per la sperimentazione in pazienti affetti da emicrania cronica con 3 fallimenti pregressi verso trattamenti preventivi, almeno finché, un anno dopo, il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha deciso di non raccomandarne l’utilizzo, avendo evidentemente valutato un rapporto costi/benefici sfavorevole.

Lo studio sulla quale si è basato il suddetto giudizio ha arruolato 164 pazienti affetti da emicrania cronica refrattaria; di questi, poco più della metà aveva ricevuto 6 iniezioni, distanziate di un mese ciascuna, di erenumab 70mg o 140mg; l’altro gruppo ne aveva ricevute solo 3.

Risultati

Il trattamento con erenumab, nell’arco di 3 mesi, ha ridotto il numero di giorni di emicrania mensile da 19.7± 0.7 a 13.7± 0.7, mentre a 6 mesi la riduzione è stata maggiore, pari a 7.5 giorni in meno di emicrania al mese.

La proporzione di pazienti con cefalea giornaliera è passata dal 42% iniziale al 22% dopo 3 mesi e al 21% dopo 6 mesi. Dopo solo una somministrazione, al terzo mese si è assistito nel 27% dei pazienti ad una conversione da una forma cronica a una forma episodica. C’è stato inoltre un miglioramento in quanto al ricorso a trattamenti sintomatici dopo 3 mesi, ma non dopo 6 mesi.

Dal punto di vista della sicurezza, il 48% dei pazienti ha riportato almeno un evento avverso correlato alla terapia. Il più frequente è stata la costipazione (42%) e sintomi da raffreddamento (32%). Il 12% dei pazienti ha interrotto la terapia per via di eventi avversi gravi.

Conclusioni

Questo studio prospettico, ad oggi il più ampio e indipendente per lo studio di efficacia e tollerabilità di erenumab in un contesto di reale pratica clinica, ha mostrato che si tratta di un farmaco ben tollerato e con una certa efficacia a 3 e 6 mesi per il trattamento dell’emicrania cronica refrattaria, innescando un certo miglioramento rispetto al basale su tutti i parametri di efficacia studiati, pur essendo lievemente inferiore rispetto a studi eseguiti su pazienti affetti da cefalea cronica non refrattaria.

 

Lambru, G., Hill, B., Murphy, M. et al. A prospective real-world analysis of erenumab in refractory chronic migraine.
J Headache Pain 21, 61 (2020). https://doi.org/10.1186/s10194-020-01127-0

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